CAMBODIA: LOOKS OF SILENCE

Un set di dittici per raccontare scorci di Cambogia attraverso l'abbinamento di immagini collegate tematicamente. A set of diptychs to narrate glimpses of Cambodia through the matching of thematically interrelated images.

CAMBODIA: LOOKS OF SILENCE
A set of diptychs to narrate glimpses of Cambodia through the matching of thematically interrelated images.

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CAMBODIA: LOOKS OF SILENCE

“Urla del silenzio” (Screams of Silence), reads the Italian title of the impacting film “The Killing Fields” by Roland Joffé, released in 1984, crude witness to Cambodian history during the period of Pol Pot’s Democratic Kampuchea. All begun and ended in silence, without any actual sentence for the culprits.
Cambodia still needs a voice to be heard.
It is a country of lights and shadows: an extremely reserved Buddhist realm, by which any visitor is fascinated but also deeply upset. The country’s image generally perceived from the outside is dominated by extremes: on the one side, the endless beauty and architectural power of Angkor Wat’s site and temples partly swallowed by nature, scattered in an unconceivably extended area, visibly embodying the prestige of an empire at the height of its power; on the other, the gloominess and horror of the death machine built and handed intact to history by the Khmer Rouge: the S21 or Tuol Sleng Museum of Genocide and the Killing Fields.
Yet, in the very middle of these two extremes there is the continuum of a country often neglected by tourism, but which expresses Cambodia’s truest soul: a jungle dotted with small rural communities that have kept their old lifestyle as well as languages and dialects some of which apparently still have no transcription. There are rivers such as Mekong and a drainage basin such as that of Tonlé Sap, on whose waters whole floating villages live in motion and along whose banks sudden lake dwellings built on piles rise before your eyes: they turn into bamboo skyscrapers during the dry season.
Any visitor is immediately struck by the country’s population, so limited in number. History has wiped out a significant part of it. Exception made for Phnom Pehn and Siem Reap (the most important towns), the country seems to be partially empty, with silent desert roads free of motor vehicles. The people are smiling and reserved, plunged in terrible poverty and yet busy earning their living showing unique dignity.
These photographs have been taken in 2011 and combined in dyptichs that aim at throwing light on some features of Cambodian country and people, illustrating local real life. 
 
 
 
Dictum Factum
Production Line
One Day At A Time
Village Life
Building Wooden Skyscrapers

CAMBOGIA: SGUARDI DEL SILENZIO
“Urla del silenzio”, recita il titolo italiano del bel film diretto da Roland Joffé nel 1984 (titolo originale “The Killing Fields”, vincitore di tre premi Oscar), a testimonianza cruda delle vicende della Cambogia nel periodo della Kampuchea democratica di Pol Pot. Vicende iniziate e terminate nel silenzio, senza nessuna condanna per i responsabili. La Cambogia aveva ed ha tuttora bisogno di più di una voce a raccontarla.
È un paese di luci ed ombre, la Cambogia: un regno buddista estremamente defilato, capace di affascinare il viaggiatore ma anche di sconvolgerlo profondamente. L’immagine del paese generalmente percepita all’esterno è dominata da estremi: da un lato, l’infinita bellezza e potenza architettonica del sito di Angkor Wat e dei suoi templi parzialmente fagocitati dalla natura, disseminati in un’area di estensione stupefacente, ad incarnare visibilmente il prestigio di un impero all’apice; dall’altro, la cupezza e l’orrore della macchina della morte edificata e consegnata intatta alla storia dai khmer rossi: il Museo S21 o Tuol Sleng, e i Killing Fields.
Nel mezzo di questi due estremi, vi è il continuum di un paese frequentemente negletto dal turismo, che però esprime nel modo più autentico l’anima in gran parte immutata della Cambogia e della sua popolazione: una distesa di giungla costellata nel suo cuore da piccole comunità rurali che hanno mantenuto uno stile di vita antico e dialetti e lingue proprie, a quanto pare alcuni dei quali tuttora privi di trascrizione. Vi sono poi fiumi come il Mekong e bacini idrici come il Tonlé Sap, sistema lacustre-fluviale sulle cui acque vivono interi villaggi galleggianti in movimento perenne e lungo le cui rive sorgono improvvisi villaggi di palafitte che si tramutano in grattacieli di bambù nella stagione secca. Ciò che di questo paese entra e si radica velocemente nell’anima è la sua rada popolazione, rada, a testimonianza della crudeltà della sua storia che ne ha brutalmente cancellato una significativa parte. Salvo nella capitale Phnom Pehn e a Siem Reap, sembra un paese parzialmente vuoto, dalle strade deserte, silenziose, prive di mezzi di trasporto a motore; un paese abitato da un popolo meravigliosamente sorridente e discreto, immerso in una povertà pesante come pietra eppure impegnato a conquistare la sua sussistenza con dignità unica.
I dittici qui proposti, scattati nel gennaio 2011, intendono gettare luce su alcuni di questi tratti del paese e del popolo cambogiano, offrendo, in una sintesi ideale tra due immagini e le parole ad accompagnarli, singole riflessioni su alcuni aspetti salienti della realtà locale.
 
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